Netiquette

Oggi vi parlo di qualcosa che non ha niente a che vedere con la genitorialita’ e che, invece, riguarda i blog e coloro i quali vi spendono un po’ di tempo.

E’ una cosa che mi fa inc#$$#?£ un bel po’ e che forse ha a che vedere con la cosiddetta netiquette, o forse no.

Sto parlando di coloro i quali nei commenti appiccicano etichette agli altri commentatori. Vado fuori di testa quando qualcuno dice ad un altro, sulla base di poche parole lasciate quasi per fare due chiacchiere, “che borghese!”, o, come mi è capitato: ” i tuoi figli sono viziati (anche) perché tu non lavori”.

Ritengo che chi commenta in questo modo sia un invadente e un maleducato. E come tale non merita risposte, spiegazioni, chiarimenti.

Per inciso, sono figlia di genitori separati, mio padre se ne andò di punto in bianco lasciando mia madre e i suoi quattro figli letteralmente senza uno spicciolo. Ho fatto lavori meravigliosi dalla studiosa di cetacei, imbarcandomi sulle navi, alla libraia. Attualmente sono disoccupata e mamma.
Credo di non potermi definire una borghese.

Eppure a volte penso roba da gente comune, cercando di non fare di tutta l’erba un fascio e, soprattutto, senza fondamentalismi.
Passare da un blog e’ scambiarsi delle idee. Condividere momenti. Alleggerire la propria esperienza tramite la scrittura e lo scambio.
In effetti, anche questo fa parte del nostro essere genitori: praticare la non-sopraffazione e l’educazione.

Annunci

Talk to your daughter: Kim Phuc

imageimage

Grazie a Claudia del bellissimo blog la casa nella prateria e della sua iniziativa talk to your daughter, oggi scriverò di una donna della quale ho parlato al Tigre e alla Pulcetta in forma di storia-racconto.

Questa donna e’ un’icona del nostro secolo (o meglio, di quello trascorso), ma non nel senso a cui state pensando. Il suo nome e’ Kim Phuc.

Ed ecco come ne ho parlato ai miei due bambini di (quasi) quattro e tre anni:

“Che storia volete che vi racconti oggi?”

“Quella di bella siao” Da quando hanno sentito la canzone “Bella ciao” si sono incuriositi e hanno voluto che raccontassi loro il significato e così mi sono lanciata in una mini storia della seconda guerra mondiale ad uso dei tre-quattrenni.

“Vi ricordate che i tedeschi volevano comandare su tutta l’Italia e che per questo i giovani si sono arrabbiati e si sono nascosti nei boschi e hanno combattuto per cacciarli? ”

“Hm hm” annuiscono con gli occhi sgranati. Non sanno cosa voglio loro raccontare e stranamente sono molto attenti, sarà la fame.

“Una volta anche gli americani volevano comandare in un altro posto che non era l’America. Volevano comandare tutto il Vietnam. Volevano che gli abitanti del Vietnam facessero quello che volevano loro. E così sono andati la’ con i fucili, gli aeroplani, le bombe e sparavano su tutti i villaggi dove c’erano le persone, anche quelle normali, che stavano lavorando, lavando i panni, coltivando…” “Cusinando”

“Certo, Pulcetta, anche cucinando. E non è che questo e’ giusto: ve lo immaginate voi se un giorno mentre che state colorando, o leggendo un libro o giocando, pah, arriva uno che vi butta una bomba vicino casa? Non saltereste in aria dalla paura? Perciò gli americani non stavano facendo una cosa giusta.”

“Le bombe fanno morire?” Il Tigre, ultimamente, utilizza molto la parola morte e il verbo morire. Non so cosa abbia in mente a riguardo, quindi devo andarci piano. ”

“Si, si, Tigrotto, certo le bombe fanno malissimo e possono fare anche morire. Per questo le guerre sono cose brutte. Però in America c’erano anche tante persone buone che non volevano fare la guerra al Vietnam” E qui decido di far venire in mio supporto la musica e you tube e far loro ascoltare we shall overcame, tanto Stoik li ha già abituati al significato delle canzoni (di Bruce Springsteen!).

Guardano il video con le proteste della marcia contro la guerra in Vietnam e ascoltano la voce di Joan Baez. Mi sembra il momento buono per continuare. “Un giorno gli americani monelli buttarono una bomba in un villaggio dove pensavano ci fossero nascosti dei soldati del Vietnam che loro volevano catturare. Invece in quel villaggio c’erano solo persone normali, come noi, mamme, papà e bambini. Quella bomba fece incendiare le case del villaggio che in Vietnam sono costruite con il legno. E, così, molte persone scapparono inseguite dal fuoco.”

Lo so. Li sto scioccando. Ma presto cominceranno a chiedermi conto delle immagini del telegiornale e, raccontata dalla propria mamma, forse, la guerra e’ un po’ più comprensibile.

“Fra quelle persone c’erano anche bimbi che scappavano. Fra quelle c’era una bimba che scappava preoccupata per il fuoco e un fotografo che era li’ la fotografo’ per fare vedere a tutti, in tutto il mondo, che monelli che erano gli americani a fare quella guerra. Per fare vedere a tutti quanto sono brutte le guerre. ”

Decido di non mostrare loro la foto di Kim bambina che scappa perché è una immagine che turba anche me. Ogni volta.

“Quella bimba si chiamava Kim e di cognome Phuc. Kim Phuc.

Kim, poverina, con il fuoco si era proprio bruciata. Allora il fotografo la porto’ in un ospedale dove la curarono per molto, molto tempo. La pelle bruciata, anche se la curi, rimane tutta rugosa. E’ per questo che la mamma vi dice di non giocare con il fuoco. Poi, però, Kim è cresciuta, è diventata grande, ha studiato, ma non si è mai dimenticata della guerra, anche perché c’era la sua pelle tutta rugosa a ricordargliela. Così, quando è diventata grande, ha pensato : io devo aiutare tutti i bambini dei posti dove c’è una guerra. Proprio perché lei sa come e’ brutto restare senza una casa, lontano dalle persone a cui si vuole bene. E allora gira il mondo per parlare alle persone e raccogliere tanti soldini per aiutare i bimbi dei posti dove c’è una guerra e curarli. E, sapete una cosa? Nel frattempo un ragazzo si è innamorato di lei, si sono sposati e hanno avuto delle bambine bellissime. E adesso Kim, non solo e’ diventata una persona importante e che fa del bene, ma è diventata anche una mamma! Guardate.”

E mostro loro la foto di Kim Phuc che abbraccia la sua bambina.

 

Il Carnevale del pesciolino

Laprossimavoltamammaimage

All’inizio di febbraio, sondando con il Tigre a riguardo del costume di carnevale per quest’anno, avevo ottenuto delle risposte un po’ vaghe su dei travestimenti da ragno, da camaleonte, tutti dettati da momentanei interessi naturalistici.

La Pulcetta, invece, aveva espresso il desiderio di un costume da cappuccetto rosso che mi sembrava una deliziosa idea tradizionale fuori dalle mode delle varie principesse.

Dopo qualche giorno, alla Pulcetta viene l’idea di un travestimento da pesciolino, alla quale si accoda anche il fratello.

Ovviamente ho abbracciato subito con entusiasmo questo desiderio, non conscia, però, del lavoro che ci vuole per allestire un costume da pesce arcobaleno.

Subito ho acquistato delle belle stoffe sberluccicanti.
La mia idea partiva da questa immagine.
Ma la realizzazione non è stata così semplice come pensavo, soprattutto per la povera nonna che ha dovuto materialmente mettersi a lavoro.
Ma alla fine ecco i due risultati.

Due bei pesciolini splendenti, non pensate?