Perché non possiamo essere solo madri (e di indipendenza dai propri figli)

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Prima di diventare madre di Tigre e Pulcetta mi sono occupata di una libreria di quartiere di cui ho avuto cura per otto anni.
Amavo il mio lavoro e, allo stesso tempo, mi rendevo conto che il mio lavoro mi definiva. Quando si conosce qualcuno, in genere, una delle prime informazioni che ci si scambia è: “di cosa ti occupi”?
Quando lavoravo, trovavo questa abitudine stupida: “io non sono il mio lavoro”, mi dicevo. “Io sono me stessa.”

Da quando sono diventata madre ho sempre saputo di non poter essere definita dalla condizione di mamma. Ancora una volta mi ripetevo: “io sono una persona, in tutta la sua complessità, prima ancora di essere la mamma di Tigre e Pulcetta.”
E guardavo con paura al momento in cui sarebbero cresciuti e il mio tempo, che adesso si divide fra i loro compiti, i loro sport, le loro merende e i loro giochi (: pur avendo sei e cinque anni i miei figli amano giocare con me)*

All’inizio di questa estate Tigre e Pulcetta hanno sperimentato i loro primi gradi di indipendenza.
Lui ha partecipato ad un grest dove si è misurato con maggiore libertà, rispetto al terreno scolastico, con i suoi coetanei: il che è un bel passo in avanti per un bambino riservato e rispettoso, che deve imparare a vivere nel “selvaggio mondo dell’infanzia maschile”.

Lei, con i suoi punti di vista fuori dal coro e le sue idee determinate, ha deciso di non seguire il fratello.
Nel frattempo però ha cominciato a frequentare piuttosto assiduamente la casa di una sua compagnetta di classe, restando spesso fino al pomeriggio, sotto la supervisione della baby setter della padrona di casa.
Considerato che a novembre si perdeva d’animo se non mi vedeva in giro quando la portavo alle feste, anche per lei queste giornate di indipendenza rappresentano un bel salto in avanti nella conquista dell’autonomia.

Eppure, non appena siamo a casa e mi vedono a tiro, la prima cosa che mi chiedono con insistenza, come se ne avessero un bisogno estremo e ne traessero il piacere massimo, è: “mamma giochi con noi?”

Premesso che gioco con loro attivamente da quando sono nati (più che altro inventando assieme a loro storie fantastiche in giochi di ruolo che ci vedono coinvolti tutti e tre) e che quindi, questa del gioco con l’adulto è un’abitudine che in qualche modo ho insegnato io ai miei figli, malgrado questo, credo sia arrivato il momento in cui la mia testa si rifiuta decisamente di passare tutto il tempo in attività ludiche. Si annoia terribilmente, vorrebbe fare di tutto piuttosto che inventare un’altra avventura.

Allora mi viene normale pensare due cose:
1)”Se gioco con loro (tutto il tempo) non sapranno mai gestire il loro tempo. Non godranno della noia, non sapranno venire a patti con la frustrazione di aver ottenuto il loro gioco prediletto (la mamma!) e non impareranno a superarla efficacemente (ad esempio inventando un gioco in autonomia).

2)Ma se non gioco con loro vedo subito lo spettro dell’insicurezza :”se è la loro mamma a dir loro “no, non ho tempo per te: il bucato, la casa, il computer vengono prima”, come possono pensare di essere importanti quando sono in un contesto ludico sociale?

E così queste vacanze, che ci vedono fortunatamente tutti assieme per un bel po’ di tempo, diventano una palestra di indipendenza.

Nel frattempo, arriva Tigre dal grest e senza pensarci due volte mi dice:
“Mamma, tu devi fare un lavoro. Devi fare il medico!”
“Si, amore, domani mi laureo in medicina”.

Ed ecco che penso l’unica cosa di cui sono certa: non essere soltanto madre fa bene non solo a se stessi, ma anche ai propri figli.

*il poter giocare in qualsiasi momento della giornata con i propri figli si, è molto bello, molte mamme che lavorano pagherebbero per poterlo fare…ma è anche molto stancante e “limitativo” della propria libertà di persona, appunto.

Un club esclusivo alla materna

imageFino a qualche tempo fa, quando altre mamme di figlie femmine mi raccontavano delle dinamiche sociali delle femminucce, le ascoltavo con distacco.
Poi la Pulcetta, con una saggezza che non immaginavo fra le competenze di una quasi quattrenne, comincia a snocciolare piccole informazioni sul motivo per cui non è poi così contenta di andare all’asilo.
In pratica nella sua classe c’è una bambina che sta per compiere sei anni (e che credo sia un pó la pupilla della maestra). Questa bambina ha creato un gruppetto, una sorta di piccolo club, al quale per le altre bambine è bello appartenere. Ovviamente la seienne è la leader di tutte le altre mediamente quattrenni e la Pulcetta non fa parte di questo gruppo.
La Pulcetta un giorno se ne è uscita dicendo che le gemelline, che conosce da quando aveva diciotto mesi, non sono più sue amiche perché fanno parte del gruppo della seienne leader (chiamiamola così).
E che loro si sentono grandi perché giocano con la seienne.
Da madre ho pensato che fosse un’esagerazione e che avrei dovuto spiegarle che, anche se giocano con quell’altra bambina lí, possono continuare a essere sue amiche.
Quando le ho chiesto se voleva incontrare le gemelline un pomeriggio per giocare assieme, mi ha risposto di no.
Qualche giorno dopo ha aggiunto che, in effetti, una delle due gemelline, A., ogni tanto esce dal gruppo per dirle che lei è ancora sua amica. Ma C., l’altra gemella, proprio no, quella è una fedelissima della seienne.
Manco a dirlo la Pulcetta soffre di questa situazione, che sempre di una bambina di quattro anni si sta parlando. Lei dice che non vuole “farsi comandare” dalla seienne leader. Ma io credo che questa esclusione le faccia pensare, in cuor suo, che forse lei è ritenuta piccolina.
Le altre bimbe della classe che non fanno parte del club esclusivo hanno effettivamente tre anni e quindi giocano un po’ per i fatti loro.
Quello che mi fa stare serena è la straordinaria lucidità di analisi della situazione che ha fatto la Pulcetta e il fatto che non fa troppe bizze per non andare a scuola. Penso che cerchi il piacere nelle attività scolastiche e, in particolare, in quelle dei laboratori tenuti da collaboratori esterni (musica, ginnastica, drammatizzazione).
Certo la Pulcetta ha un suo carattere timido, ma al contempo caparbio e vedere la propria piccolina che cerca le sue motivazioni in contesti che pensavo estranei alla scuola materna mi fa una certa impressione.
E i vostri bambini vi raccontano i loro piccoli problemi? E voi come li affrontate?

il diritto delle mamme a sentirsi arrabbiate

 

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Noi mamme siamo, fra gli esseri viventi, quelli che si fanno più sensi di colpa.
Le mamme non si possono incavolare.
Apparire arrabbiate per poi, subito dopo, conciliare. Con voce dolce risolvere.
È così che ci vuole la società: pensate alla mamma di Peppa Pig. O a Elly dell’era glaciale quando, pur con lo sconvolgimento della crosta terrestre che incombe, parla con calma alla figlia alle prese con problemi adolescenziali.
Noi donne dobbiamo essere così.
Ebbene no. Io oggi sono incavolata.
Sono arrabbiata per come li sto crescendo, per questo mio guardare sempre al “fantasma sulla culla”: questo pensare continuamente che se non li capisco non sarò per loro una brava madre.
Così facendo do loro in mano le redini del comando e strumenti ricattatori a non finire.
Loro sono bambini e dovrebbero, in realtà, essere trattati come tali.
E, invece, io mi sfianco a dar loro spiegazioni, a darle a me stessa, a cercare delle linee guida.
Le uniche linee guida che un genitore dovrebbe seguire sono:
Non posso cercare sempre il maggior comfort per lui/lei perché prima o poi ci sarà una situazione che non dipenderà da me e lui/lei scoprirà – troppo tardi! – la frustrazione.
Io sono il genitore (l’adulto) e ho una mia sfera d’azione: una mia vita, una mia personalità, dei miei interessi che vanno rispettati tanto quanto quelli del/i bambino/i.

Perdere di vista questi due concetti, per un genitore che non lavora e che è facilmente assorbibile nella vita dei propri figli, non è semplice.
Ma ogni tanto bisogna rivendicare il diritto ad arrabbiarsi.

Ero già arrivata ad una risposta, quando mi sono imbattuta in questo post:

“ è appunto perché amiamo tanto i nostri figli che siamo così vulnerabili: quanto più intenso è il nostro amore, tanto più è facile sentirci feriti e perdere l’equilibrio emotivo da cui dipende la capacità di mantenersi pazienti e comprensivi.
“Fossimo più indifferenti nei confronti dei nostri figli, essi non avrebbero il potere di farci perdere il controllo di noi stessi” (Bruno Bettleheim)

Ed ecco la mia risposta: li amiamo troppo e più li amiamo, più ci sentiamo coinvolti e più ci arrabbiamo.
Ecco, noi mamme moderne dovremmo raggiungere un certo grado di sano, adulto, razionale e naturale distacco che sembriamo aver perso nello spazio fra le ultime generazioni.
Cosa è accaduto nel giro di una, due generazioni tanto da farci ricoprire dai sensi di colpa e camuffarci da mamme perfette così come società vuole?
Cosa è cambiato fra noi e le nostre mamme o nonne tanto da farci diventare così bambino centriche? Il numero di figli? La fiducia che potevano riporre loro (le nostre madri e nonne) negli aiuti di, a loro volta, mamme e nonne e che dava loro la possibilità di raggiungere il dovuto distacco dalla prole? Il lavoro che ci (per quanto mi riguarda “vi”) assorbe? La nostra infanzia di schifo passata a casa con una madre immersa nelle faccende domestiche e noi a chiedere “che faccio?” E a girarci i pollici? …Quest’ultima, lo ammetto, è volutamente provocatoria!!

copyright immagine: Gary Taxali

Elogio del figlio NON unico e della tolleranza

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Sarà perché è più grande, sarà perché è sempre stato così e io non me ne ero accorta (gli occhi offuscati dai presagi oscuri delle educatrici dello strampalato nido pseudo montessoriano), ma il Tigre in questo periodo fa amicizia con tutti i bimbi che trova ai giardinetti (se così si possono chiamare le aiuole poco curate delle piazze delle nostre parti), al ristorante o dove capita.
La Pulcetta no. La Pulcetta preferisce restarsene vicina a me ad ascoltare le mie storie o a raccontarsene di sue.
Ieri, domenica di sole, in una piazzetta di fronte ad una scuola elementare di un paesino vicino al mare (che ha anche un magnifico castello di pietra lavica che si erge su uno scoglio altissimo e, infatti, si chiama Acicastello), il Tigre trova una di queste sue amichette intraprendenti che lo invita, prima, ad arrampicarsi su uno dei due cannoni arrugginiti posti sull’erba a contorno della stele che ricorda i caduti delle due guerre. E poi, a cercare foglie e rametti dalle forge più strane. Quando stavamo per andare via, il Tigre dice: “Questa bimba vuole fare sempre di testa sua”
E io: “Probabilmente perché è figlia unica. Non è come per te e la Pulcetta che, anche quando litigate, alla fine fate sempre una volta come dici tu e una volta come dice lei. E, la volta dopo, una volta come dice la Pulcetta e una volta come dici tu”.
Lui mi ascoltava e nel frattempo guardava l’erba fra i suoi piedi in cerca di tesori, come chi ascolta una cosa risaputa.
Io mi ascoltavo e pensavo a quanto fosse vero quello che stavo dicendo.
Io che ho sempre visto una difficoltà nel doverne crescere due così vicini d’età, senza poter dare mai maggiore spazio a ciascuno di loro.
Chissà, magari il Tigre e la Pulcetta saranno due individui più tolleranti.
E di tolleranza mi sa che il mondo ne ha tanto bisogno.

photocredits: trekearth.com

Ali per volare

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La scorsa notte la Pulcetta, a letto, mentre stava per addormentarsi, mi ha chiesto:”Mi abbracci?” E poi: “Più folte, mamma.” L’ho abbracciata fortissimo.

Prima di cena c’era stata una scenata, cominciata quando, dopo il bagno, non voleva asciugare i suoi capelli lunghi.

Presto ne ho avuto abbastanza del suo prendermi in giro andando a giocherellare in giro, per poi tornare e riscomparire dopo due secondi e le ho urlato che sarei andata in un’altra stanza.
Mi è venuta dietro piagnucolando: “Voglio mamma”.
E allora mi sono sciolta. Abbiamo tubato e le ho chiesto di vestirsi, che nel frattempo era rimasta nuda. E lei ha cominciato a piangere e a togliersi i vestiti che le avevo appena messo. E questo tira e molla, fra parole dolci e pianti e capricci, è durato per un po’.

Così io e Stoike abbiamo deciso di lasciarla un pó tranquilla e abbiamo messo il DVD di Planes.
E lì giù con pianti a più non posso perché voleva scegliere lei il film da vedere.

A quel punto è salita su una sedia che aveva opportunamente trascinato davanti la tv e vi si è piazzata davanti, fino a non far vedere più niente a nessuno.

Ho spento la tv, ho preso in braccio la Pulcetta e le ho detto arrabbiatissima, che l’avrei messa a letto. Ma Stoike è intervenuto dicendo che dobbiamo restare calmi.
Il Tigre, allora, ha proposto di raccontare una fiaba alla sorella per calmarla e la Pulcetta ha cominciato a insultarlo malamente. Stoike, a questo punto, è esploso.

Stoike è una di quelle persone che emanano rispetto. Non si arrabbia spesso, non ne ha bisogno. Con i bambini mi aspettavo un padre tutto d’un pezzo, di quelli che solo al vederli, se hai combinato qualcosa, ti vai a nascondere. E invece no, con loro è diverso, più morbido.
Ma questa volta era proprio arrabbiato.

Ha portato Pulcetta in camera intimandole di starsene li e lei lo ha seguito piangendo, mentre lui le ripeteva che non doveva piangere e che doveva starsene in quella stanza finché non si era calmata.

Siamo tornati ancora una volta tutti in cucina, abbiamo rimesso il video e la Pulcetta si è quietata, poi ha chiesto di voler vedere un altro film. Stoike le ha detto, calmo, che avrebbe potuto vederlo non appena il Tigre avrebbe visto le sue scene preferite di Planes.

Intanto sono andata da lei, l’ho abbracciata, l’ho fatta cenare, mentre Stoike ha messo il film che lei ha scelto e, dopo un po’, siamo andati a nanna.

Prima di spegnere la luce, le ho chiesto se ha capito il motivo per cui io e suo padre ci siamo arrabbiati con lei. Non mi ha risposto ma mi ha chiesto di leggere un libro, che le ho concesso.
Dopo La lettura, le ho chiesto se si è arrabbiata per il fatto che, nel pomeriggio, avevo passato molto tempo con il Tigre a costruire un aeroplano di cartone.
Lei mi ha risposto: “Al mio scatolone non hai fatto neanche le ali”

Foto da: smallfryblog.com

 

La bellezza di rimanere se stessi come a tre anni

Da qualche tempo a questa parte, la Pulcetta indossa soltanto abitini. Questi devono avere una o, ancor meglio, due caratteristiche: essere rosa o “fuxial” e poter fare la ruota. Ciò significa che debbano poterle consentire di volteggiare come una derviscia  ubriaca fino allo sfinimento.

Confesso che, non essendo lei particolarmente entusiasta di andare a scuola, io, madre perfida, utilizzo questo suo vezzo come stratagemma per andarci a preparare: “Andiamo a scegliere un bel vestitino dall’armadio?” E così, la scelta dell’abito, e’ diventata un rito mattutino.

I suddetti abitini, inoltre, vanno indossati ossessivamente per due o tre giorni, a sprezzo delle macchie di  pasto vegetariano dispensato al nido. In più, malgrado la Pulcetta stia apprendendo a scuola il concetto di primavera e di stagione, i vestiti che indossa, evidentemente non sono soggetti alle regole della stagionalità e, così, la si può vedere indossare un giorno un bel prendisole estivo che la sua sempre più perfida madre ha un po’ rovinato con un bel lupetto e una calzamaglia sotto. O anche un abitino rosa con le maniche corte e un paio di collant blu, che anche gli accoppiamenti sono roba sua.

Ora devo dire che le prime volte litigavamo da matti. Anche perché l’atteggiamento non cambia a seconda se si sta per andare a scuola,  dai nonni, a una festicciola fra bambini o al parco.  E, da brava adulta, mi vergognavo un po’ di far andare mia figlia in giro con degli accoppiamenti che neanche ad un rave su una spiaggia di Goa. Poi ho smesso perché ho capito che per lei era davvero importante.

Stamattina, di fronte all’armadio e al dilemma su quale vestito indossare, vedo una camicina che a me piace moltissimo e che non ha mai indossato. Così le dico: “Però dovresti mettere questa camicia, Pulci, non l’hai mai messa.” “No, non me la metto perché ce l’ha Lulli e io non voglio essere come…” “Adesso mi dice: come Lulli” penso io. E invece no:”…come nessuno!” Mi allontano per raccontare a Stoike quello che ha appena detto la nostra treenne. Tornando la trovo che gioca col cuscino e mi rincara la dose:”Io voglio essere come me!”, mi dice decisa.

Ecco: quando è che perdiamo questa voglia di essere noi stessi? Quando ci dimentichiamo che la bellezza e’ dentro di noi? Che siamo unici? Che non ci sono canoni estetici a cui aderire, modelli a cui somigliare?

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Questo post partecipa al blogstorming

 

Netiquette

Oggi vi parlo di qualcosa che non ha niente a che vedere con la genitorialita’ e che, invece, riguarda i blog e coloro i quali vi spendono un po’ di tempo.

E’ una cosa che mi fa inc#$$#?£ un bel po’ e che forse ha a che vedere con la cosiddetta netiquette, o forse no.

Sto parlando di coloro i quali nei commenti appiccicano etichette agli altri commentatori. Vado fuori di testa quando qualcuno dice ad un altro, sulla base di poche parole lasciate quasi per fare due chiacchiere, “che borghese!”, o, come mi è capitato: ” i tuoi figli sono viziati (anche) perché tu non lavori”.

Ritengo che chi commenta in questo modo sia un invadente e un maleducato. E come tale non merita risposte, spiegazioni, chiarimenti.

Per inciso, sono figlia di genitori separati, mio padre se ne andò di punto in bianco lasciando mia madre e i suoi quattro figli letteralmente senza uno spicciolo. Ho fatto lavori meravigliosi dalla studiosa di cetacei, imbarcandomi sulle navi, alla libraia. Attualmente sono disoccupata e mamma.
Credo di non potermi definire una borghese.

Eppure a volte penso roba da gente comune, cercando di non fare di tutta l’erba un fascio e, soprattutto, senza fondamentalismi.
Passare da un blog e’ scambiarsi delle idee. Condividere momenti. Alleggerire la propria esperienza tramite la scrittura e lo scambio.
In effetti, anche questo fa parte del nostro essere genitori: praticare la non-sopraffazione e l’educazione.