Ma dove è finita la buona scuola?

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Ma dove è finita la buona scuola? Magari, come le belle fate della storia di Rodari, è andata via perché in questo mondo si sentiva inutile e non serviva più a nessuno.

Il Tigre ha cominciato la primaria da quasi un mese e torna a casa elettrico come una torpedine perché, a dispetto del daily mile della scuola Scozzese che ha fatto notizia in questi giorni, lui e i suoi compagni possono alzarsi solo per: “rialzare la sedia nel caso in cui il peso dello zaino la faccia cadere, svuotare il temperino con serbatoio, prendere la merenda e posare la tovaglietta.”
E abbiamo saputo che faranno l’ora di educazione motoria in classe!

Nel frattempo, Laprossimavoltamamma sarebbe stata individuata dagli altri genitori come rappresentante di classe.

E così, oltre a provare a gestire un gruppo whatsapp che, come esperienza, le ha fatto pensare ad un numero di tip tap su un palco pieno di uova fresche, prossimavolta non si è aggirata soltanto nel fatidico cortile (luogo dove si comminano i più loschi intrallazzi fra mamme, pari, come giro di accordi segreti, solo al più noto Transatlantico del parlamento), ma ha avuto accesso anche all’interno delle mura dell’edificio scolastico.

Ed era meglio che ne fosse rimasta fuori!

E mentre la dirigente, appena insediatasi, la investe con l’idea della bellissima mostra d’arte che vuole organizzare per Natale e che riuscirà a coinvolgere anche la presenza di un politico ( “ma cosa vuoi che gliene importi ai bambini di sei anni del politico?”) Prossimavolta pensa a quello che le vuole dire, compulsata dalle mamme, a riguardo del caos che si crea all’entrata quando c’è il maltempo.
E poi ripensa a quello che ha visto là fuori, mentre aspettava che la dirigente le desse udienza; di come è stato arrogante quel bidello (:”sti genitori sanno sempre tutto!” e: “guardi che prima di lei, devo parlare io con la dirigente!” Le ha detto quel bidello, prima di essere redarguito dalla segretaria:”Pasquale, torna a lavorare piuttosto di leggere il giornale!”).
E così il bidello Pasquale è passato davanti a lei che sedeva sulla panca e lei ha potuto vedere che, avvolta nel giornale, teneva una lattina di birra di una nota marca italiana.

Un bidello con una lattina di birra alle dieci del mattino.

Quando prossimavolta lo ha detto alla dirigente, questa le ha risposto che i distributori all’interno della scuola non erogano alcolici.

A quel punto prossimavolta voleva prendere il Tigre, la Pulcetta, magari anche Stoike e raggiungere le belle fate e la buona scuola in quel paese esotico dove stanno aspettando che tornino tempi migliori!

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Sovrapposizione di personalità nei quasi gemelli

“Che gionno e’ ozzi?” “Mercoledì, Pulcetta”, ” e s’è cuola?”, “si, Pulcetta”. “Nooo. Non si voglio andare! Nooo!”
A questo punto è già scesa dalla sua sedia per la colazione e il dramma va avanti sul pavimento.
Da qualche mese, al mattino, questa e’ la scena di cui siamo partecipi.
Continua con calci e graffi al genitore a cui tocca vestirla. E con strepiti al momento di mettere il giubbotto.
Inizialmente, volavano frasi quali ” Basta! State troppo con noi! Ormai siete grandi! Bisogna andare a scuola senza piangere!”.
Poi, un pomeriggio, guardando qualche foto sul computer, me ne cade una sotto agli occhi: ad Ottobre, al nido, avevamo chiesto di fare una foto al gruppo della Pulcetta per darla in ricordo ad una bimba che si trasferiva in America. Tutti i bambini di quella foto fanno parte adesso del gruppo del Tigre. Tutti tranne la Pulcetta. Intanto mi arrivano delle altre foto dal nido in cui la Pulcetta e’ attorniata da bimbi che addirittura stanno addosso alle educatrici: il suo nuovo gruppo.
Capisco che, mentre fino a novembre, quando evidentemente questi gruppi non erano stati strutturati, la Pulcetta aveva un certo piacere ad andare a scuola, adesso proprio non ne vuole sentire. Per dirla con parole e sentimenti da adulto, probabilmente si sente separata dalle sue amichette.
Il giorno dopo la tranquillizzo dicendo che avrei detto alle educatrici di farla stare con il suo vecchio gruppo e va a scuola come una che sta subendo, ma senza piangere.
Mi metto al telefono con la psicoterapeuta infantile proprietaria del nido. Mi rigira la frittata da tutte le parti, dicendomi che la Pulcetta e’ più piccola dei compagnetti del suo vecchio gruppo di tre mesi; che al nido non mostra minimamente disagi; che i momenti passati a giocare tutti e due i gruppi assieme sono tanti. E poi tira fuori quella che reputa una buona carta: “Non e’ che lei starebbe più tranquilla se la Pulcetta stesse nello stesso gruppo del Tigre, visto che l’anno prossimo vuole portarli entrambi alla scuola pubblica?” Mi chiede. “No, non ho mai parlato del Tigre. Le sto parlando di un disagio della Pulcetta”.
Questo nido e’ molto costoso ed è frequentato o da persone che si ispirano alla semplicità (pochissime) o da persone “fighe” che cercano il posto d’élite (la maggior parte). Quando lo scelsi lo feci per la semplicità della struttura: muri bianchi, parquet chiaro e mobilucci montessoriani in legno. Ma non sapevo (ahimè!) a cosa andavo incontro.
Accoglie bambini fino ai quattro anni di età, per cui il Tigre, che li compirà a marzo ed è di gran lunga il più grande del suo gruppo, dovrà andare via l’anno prossimo. La Pulcetta che compirà tre anni ad aprile potrebbe restare un altro anno ancora.
Ecco, la psicoterapeuta al di la’ di tutte le teorie psicologiche, vede nella Pulcetta una cliente sicura per l’anno prossimo, in cui sa già che le iscrizioni, a causa della crisi, diminuiranno ancor di più.
Alla fine, butta giù la carta decisiva: “Però quando è con i piccoli, la Pulcetta gioca tranquilla. Quando i due gruppi si incontrano, rientra nella sfera del fratello e gioca come gioca lui. Vogliamo aspettare che sia la Pulcetta a far venir fuori la sua voce e sia lei a chiedere questo bisogno di volere andar con le sue amichette?”
Di fronte a questo una madre assennata che deve fare? Ok, aspettiamo. E’ giusto che la Pulcetta impari a chiedere da se’ le cose. Anche se è una timidona. Anche se deve forzare il suo carattere. Anche se ha solo due anni. E poi la dottoressa ha toccato un tasto sensibile per una madre di quasi gemelli: la sovrapposizione delle personalità. Mai e poi mai vorrei che la mia bambina non tirasse fuori il suo carattere per aver sempre avuto troppo a modello suo fratello. E questa è una possibilità che mi spaventa troppo.
Dopo il sabato e la domenica passati assieme, la Pulcetta è tornata a piangere per non voler andare al nido. I bambini hanno le loro risorse e anche la Pulcetta troverà le sue. Ma perché farle perdere il piacere di vedere il nido come un posto piacevole?

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La scelta della scuola materna: conoscere l’insegnante

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Le preiscrizioni sono già aperte o stanno per aprirsi in tutte le scuole. Le mamme scalpitano. I giochi sono quasi fatti.
Telefonate, scambi di opinioni sui colloqui con le future maestre, riflessioni.
Gruppi di bambini da tenere rigorosamente assieme per i prossimi sette anni.
Una mamma, sapendo che sarei andata a conoscere la maestra tanto ambita, mi chiede di “stilare delle domande per arrivare più preparate al colloquio”!
In effetti, avevo stilato delle domande nel mio ultimo post e così la faccio partecipe. Leggo sul suo viso un’espressione di non troppo dissimulata delusione e un pizzico di scherno (“questa e’ un po’ scema”). Il che mi fa pensare ancora di più che le mie domande sono troppo ingenue per poterle porre all’insegnante di una materna pubblica di una città del sud Italia: prossimavolta svegliati!
Il fatto e’ che la maestra V. e’ parecchio gettonata perché, pare, non solo coinvolge i bambini in tanti progetti, ma fa in maniera tale che, alle primarie, questi bimbi restino poi assieme e per di più con le migliori insegnanti.
Io e Stoik abbiamo innanzitutto scelto la scuola in base alla vicinanza da casa (vince quella della maestra V.).
Poi, visto che all’interno dello stesso plesso funzionano sia delle sezioni comunali che statali, queste ultime un po’ più trascurate, abbiamo optato per le comunali (ancora maestra V.).
Avendo saputo che la maestra V., in genere, e’ scelta da genitori appartenenti ad una certa classe sociale, abbiamo avuto uno scatto verso scelte di pancia, che avrebbero potuto rivelarsi nefaste per i prossimi anni: scuola a dieci chilometri di traffico da casa! Trattenuto l’istinto, siamo andati ad incontrare comunque questa maestra, per vedere un po’ la scuola e conoscere qualcosa dei programmi e dei metodi a cui si ispirano.
In realtà il colloquio con la maestra non è andato poi tanto male, se non altro, meno di quanto io mi aspettassi.
Veniamo accolti da una maestra sulla sessantina, sorridente e ospitale, alla quale è piuttosto semplice porre le prime delle mie domande. Ci risponde con il buon senso che coniuga buona volontà e quello che può offrire un edificio della scuola pubblica del periodo fascista. Ma è dopo aver chiesto dell’inserimento e introdotto il carattere dei nostri due bambini, così legati a noi, curiosi e con un sacro e innato rispetto per l’autorità, che le chiedo timidamente se si ispira a qualche metodo pedagogico. Ed ecco che, con occhi orgogliosi, mi sfodera un “Certo! il nostro modello e’ quello di Reggio“. Sbang, colpita e affondata! Magari sarà solo uno sfoggio, ma per lo meno lo conosce. A quel punto le dico che ai nostri bambini piacciono tanto i libri e lei mi indica, all’interno della classe un espositore con dei libri a disposizione dei piccoli. Il che mi sembra una bella cosa. E poi, avendo capito i tipi e senza che io glielo chieda, ci dice che alcuni progetti pomeridiani sono rivolti al supporto psicologico della genitorialita’. Al mattino e per i bambini, invece, attivano, di anno in anno, laboratori in cui è sempre il bambino protagonista in prima persona: fotografia, teatro, argilla e così via.

Mi arriva voce che chi non sceglie la maestra V. lo fa perché pare sia un po’ rigida e incline a qualche punizione. Alla fine, se il Tigre e la Pulcetta capitassero con lei, penso che sarebbe proprio questo che li conforterebbe: una certa assenza di caos e un certo senso di ordine che serve ai miei figli per sentirsi più sereni.